Sono giorni di ricerca, sì, cerco risposte a domande di altri, e un po', a quesiti miei. Ha suonato alla porta, con la sinistra, ho guardato la sua mole da orco buono, e una misera frattura pronto a bloccarlo anche per metter la camicia, per spezzare il pane. Ed io ero lì, vicino a lui, con uno strano dolore che mi scorreva lungo le costole, la schiena s'irrigidiva, eppure era uno stupidissimo osso rotto, ma era il suo. L'ho visto, sempre lui, con gli occhi pieni di lacrime, con la voce spezzata dal dolore, chiamate convulse cercando rassicurazione. “Antonio è morto!” Cazzo. Trentadue anni. Cazzo. Da solo, su un fottutissimo pavimento ghiacciato, di un cesso da condividere con la sposa che attende all'altare. Trentadue anni. Lo ripeto, lo sibilo urlando. Sillabe più lunghe della sua vita. Seicento persone si sono chieste perchè, guardando la sua nuova casa di legno. Casa con due esse. Io me lo domando, e da cattolica come sono, dovrei avere una risposta, ma no, questa volta, come le altre, non l'accetto. E urlo in silenzio, mentre sbuccio una pera a quell'uomo menomato. Parla di lui, del suo amico andato, della sua politica corretta, dei suoi sorrisi e della consapevolezza della sua breve esistenza. C'era. Sempre.
E poi, c'è Ale che cade. Cazzo. Provo a immaginare le sue sinapsi arrabbiate, i suoi occhi un po' cupi, ma poi mi fermo, perché ormai mi vedo lontana. Soffro tra gli effecinque, mi fermo, e non resisto, agisco e me ne pento. Questo è un perché stupido, ma una risposta a tutto ciò la vorrei. Desideri da acquietare per il tempo buono che, a quanto pare non è ora. Già, ora vorrei essere con Dani sui colli, io e lei, senza chiederci chi c'abbia portato lì e che fine ha fatto quello che guidava, oggi, le domande sono altre. Ma l'eco mi sbeffeggia. Hai mai provato a domandare al vuoto? La risposta è una domanda. L'eco è ineducata, non ha avuto una mamma come la mia che, mi ha insegnato che rispondere è cortesia. L'eco è una donna senza dignità altrui, preferisce divagare, che dire ciò che pensa. E se grido ancora per avere certezze, lei mi risponderà egocentricamente. “Sono intelligente” dico io, lei lo sarà pure, senza dirmi sì o no. L'eco si risente direbbe quella che sta a Padova. Io mi riascolto, e alzo il volume del famoso cd malinconico che iniziava con a letter to myself, e quella permalosità cronica che appare sempre, che mi fa scegliere di non partire per il concerto, che mi fossilizza qui, tra i libri e il letto sempre disfatto, che mi fasalire su un aereo, troppo velocemente, che mi rattrista senza cambiarmi il volto. “Sono confusa”, e lei, sempre l'eco, dirà che lo è pure. E vaffanculo. Il vuoto e il pieno non indicano strada, quella la dovrei cercare dentro di me. Frecce interiori. Vorrei sapere cos'ho, dovrei guardare la mia vita, o forse solo un po' più giù...
Vengo a prenderti, e se stai dormendo ti violento nel sonno. Ti mangio e alzo il calice al cielo. Tutti sappiamo essere mostri. Se la linea orizzontale ci spinge verso la materia e quella verticale verso lo spirito, io ci piscio sopra al grafico e vengo a impossessarmi di te. Che avrai gli occhi chiusi e starai cercando calore nel sonno. Faccio un brindisi e arrivo. Questo pezzo di carta è pronto al massacro. Che sol per cancellare, scrivo. Il sale della tua mente lo uso per condirti. Ti chiederò le ultime parole, dì tutta la verità ma dilla obliqua. Ho smesso di aspettarti nel giardino della mente. Vengo. La verità deve abbagliare gradualmente, o tutti sarebbero ciechi. Aspetta oh, ma lo senti cosa scrivo?
Oggi, forse, tocca a me. In realtà, lo dico sempre, ogni qualvolta sento suonare quel campanello, tutte quelle volte che, occhi grandi mi fissano di tenerezza. La vedo la Signorina Taim che s'avvicina a quei bipedi, e inizia il suo discorsetto prestabilito, copione vecchio e monotono: “Ti piace? Hai visto quant'è tenera?”, che però, poteva cambiare all'occorrenza, in base a cosa chiedesse il “cliente”. “Sì, è tranquilla, no è educata, sa come comportarsi”, oppure “è una giocherellona, caciarona, ma non strafa” e “ certo che è di compagnia, ha un sacco d'amore da dare, guardala guardala. È proprio fedele, come dice il detto”. Ormai, conoscevo a memoria i passaggi, i toni, gli acuti striduli di Taim, e sono anni, che ad ogni sua frase ne conseguiva un mio comportamento. Ammiccare, stare in un angolo a scrutare attentamente quel tizio che continuava a fissarmi, oppure, fare qualche mugolio di contentezza e allegria, muovermi con la grazia che compete a una signorina, giusto per citare sempre Taim, e tutti quegli accorgimenti che, servivano per andarmene da là.
A volte, arrivavano altri come me, a farmi compagnia, era gente che conoscevo, amici. Eravamo diversi, di stazza, di colore, anche le orecchie cambiavano, sì, anche gli occhi e quelle espressioni più o meno fiduciose e fedeli a quel cazzo di snervante campanello. Un via vai di piedi, mani e iridi di diversa tonalità. Ci scrutavano e poi sceglievano, sempre dopo il solito soliloquio di quella buona imbonitrice. Taim parlava e parlava. Altre volte, vedevo solo dita che entravano lì nel nostro habitat stretto al punto giusto, che ci univa in quell'incessante ricerca di possessione altrui. A volte sentivo solo un breve ciao, e allora voltandomi non vedevo più i miei amici, ed urlavo “Sii felice”. Risentivo il suono della porta chiudersi, speravo fosse melodia di un lungo addio.
Fu un periodo confuso per una di noi, la vedevo partire, e poi tornare con lacrime e storie, ci accoccolavamo unendo rosso e nero, facendo più figura di un libro di Stendhal. Pensavo sempre, “è quello giusto”, anche Taim, ogni volta, schiacciava l'occhio e annuiva. Speravamo nella sua felicità.
Mentre io, aspettavo.
E vidi occhi verdi che mi scelsero, non capii mai se fosse veramente amore, io stavo lì, accanto a lui, alle sue carezze, ai facciamo-mangiamo-parliamo-viaggiamo-andiamo. Già, io andai e lui prima di me, ritornai da Taim in lacrime. E mi rimisi in un castigo forzato dal tempo, bradicardia nell'anelare un futuro diverso, e infastidirmi per altri occhi che mi scrutavano. “Quant'è sofferente! Sì la prendo, con la sua malinconia, la sua poca voglia di aprirsi al mondo. Io sono un artista, la capirò”. Fui trascinata di peso, m'aggrappai, Taim piangeva, non capii mai se per gioia o dolore. Quel tizio così magro, mi stringeva forte, mi guardava fisso, mi leggeva Sartre, stavamo sul letto, in una domenica mattina da Velvet Underground. Durò pochissimo, scappai con l'arrivo di passi sconosciuti, erano tacchi sicuri di donna che sa quel che vuole. Lo scultore mi cercò per un po', poi continuò a colpire il gesso e scoparsi le muse.
Confusamente ritornai, ormai Taim, mi guardava commiserandomi, e mi faceva forza. Mi presentava ad altri, quasi a inflazionarmi, ma usava parole che, sopravvalutavano il mio stato, il mio essere. Mi giravo e mi trovavo accanto qualcuno, qualche amico, e poi d'improvviso ero in case non mie, con occhi azzurri e sorriso amaro, come quello che possedevo, di chi ha visto tanto e amato troppo. Gli insegnavo la meraviglia di una luna sopra la testa, del rotolarsi tra l'erba, della comodità degli scalini umidi, dell'odore di un'alba senza sonno. A volte, ci capitava di pensare al passato, mentre mi accarezzava la testa fulva, di stare in silenzio, e, i ricordi ci rimanevano impressi nelle pupille, in mezzo ai denti. Capimmo che non era momento. Ce ne andammo. Io soffrii poco.
Taim aveva iniziato a fumare, invecchiava la signorina, adesso parlava di meno, aspettava “il vento buono”, diceva sempre, quando il fumo rientrava dentro, quando un soffio più profondo faceva risuonare quel campanello. Ok falso allarme, e ce ne furono parecchi, tantissimi. Fin quando, non arrivò lui, occhi neri e profondi, mani nervose, e sorriso bianchissimo. Non ci fu bisogno di presentazione, ci scegliemmo a vicenda, io me ne innamorai subito, lui mi prese ma poi tentennò. Mi lasciò, rinculò, e fece un gesto di stizza nei confronti del suo stesso movimento d'abbandono. Passava spesso da quelle parti, mi guardava dalla vetrina, io cercavo di meravigliarlo, ogni volta, un numero diverso, un'invenzione adatta a sorprenderlo, a conquistarlo, a portarmi nel suo mondo lontano. Durò tantissimo, troppo, nel frattempo i miei amici si scambiavano i ruoli, quelle come me diventavano, come lui, adesso, erano loro a scegliere tra quelle passerelle viventi, fatte di respiri e sogni di ritorni. Taim mi supplicava di smetterla, di non sognare, di amarmi, di non illudermi. Un giorno esasperata dai miei “ e quando verrà...”, urlò con tutto il fiato da fumatrice che possedeva “BASTA! Non vedi che ti ha messo il guinzaglio? che non sei più libera?”. M'incazzai. Morii dentro. Scomode verità. Atroci risvegli. E il peso scarso della mia morale. Rimasi per mesi a pensarci, lui non passava più, io smettevo di vivere, mi spegnevo anelando. Fu chiaro, però. Non lo concepii mai, lo odiavo, tanto quanto l'amavo. Ormai, il mio immobilismo, faceva seguito ai No detti ad altri, meno interessanti, ma più propensi a salvarmi; anche quelli che mi stavano accanto, si erano arresi al mio malessere, era giusto così, cazzo, la malinconia è una pandemia, è osmoticamente infettiva. Rimasi sola nella vana attesa. Lunghissimi giorni.
Taim diventava vecchia.
Provai a lasciarmi andare con altri, alle passeggiate, agli ascolti, io mugolavo, assecondavo, mi distraevo, “Bob chi?”, scappavo. Solito posto, solito angolo, solita strada, solito campanello d'avviso, solito batticuore. Mi pettinavo, scodinzolavo. Veniva, mi guardava “Volevo solo salutarti, sai mi sono innamorato. Volevo condividerlo con te”. Andava via, e con lui, quella parte di me che, si era costruita alla sua visione, quel poco di vita che riprendeva colore per fare buona figura.
Taim invecchiava, e sibilava “vento buono A., vento buono!”.
Un giorno fuori c'era il sole, era da poco cominciata l'estate. Percepivo che Taim stesse giocando con l'accendino, sonnecchiavo in un meraviglioso dormiveglia di giugno, gli altri, nelle altre vetrine dormivano, eravamo tanti, tantissimi, eravamo in attesa, forse io di più o forse sentivo che sarebbe accaduto qualcosa. D'improvviso, la porta si spalancò, sbatté forte, non si svegliò nessuno. Aprii gli occhi. Taim sorrideva spaventata, mi guardava. Passi decisi s'avvicinavano, Taim inciampava, dietro di lui, quasi non conoscesse più quel posto, era paonazza dall'emozione, io tremavo, sembrava diretto verso di me. Occhi scuri, belli, disarmanti. “Ehi ciao, saluta la signorina, ti porto con me. Per sempre”. Guardai dritto la signorina Taim, luccichii di occhi e scintille di commozione sulle guance. Shhh. Silenzio. Taim m'abbracciò forte da stritolarmi, “se è Lui lo capirai. Il vento è buono. Cucciola mia non demordere, non rassegnarti, vai davvero solo se lo vuoi. Dimmi qualcosa”.
Taim non chiuse, c'erano ancora cuccioli da far vedere, e sapeva che sarei potuta tornare.
“Cara Taim, c'ho pensato a questa vita che hai scandito, siamo cuccioli di cane da amare, quelli che, quando passi da un negozio d'animali già ami, entri, li strapazzi, ma no, “ci vogliono troppe cure”, “è troppo esuberante”, “ non credo sia fedele”, “forse è un po' pauroso”. Siamo merce da guardare e toccare, siamo responsabilità troppo grandi, chiediamo tempo e attenzioni. Pretendiamo troppo. Diamo il doppio. Contenitori di gioia che esplode, che aumenta e trasborda. Eccessiva. Il guinzaglio l'ho perso, mi piacerebbe sapere se quello passa ancora di lì, chissà che faccia fa quando vede il mio posto vuoto, magari, butta un sospiro di liberazione, di leggerezza, magari sorride amaramente. Taim io non lo so cosa accade, so solo che i cuccioli crescono, tra occhi, dite e gesti d'amore e dolore. Oggi credo d'esser contenta, e forse, mi sa che mi sono pure innamorata. Il posto mio? Conservalo, perché il finale già lo conosciamo.Ciao Taim, Stai bene a te per gli altri! A.”
Ed improvvisamente, mi ritrovo una pagina scritta d'estate, pensieri che neanche conoscevo. Su un divano, sonnecchiando, mentre tu mi guardi le palpebre volendo entrare nei miei sogni. Dolore tanto dolore. Il mio, il tuo. Lo stesso che rimaneva in silenzio nelle lunghe chiacchierate, di risate nevrotiche, intimidite e nascoste. Chissà perchè solo ora, quando tutto è finito tra quegli avanzi di pensiero da mangiar freddi! Non buttarli. Non gettiamoci in quello che non è stato, guardiamo a quella cazzo di condivisione vissuta. È un romanzo di Shakespeare senza amore. Furtive sensazione di vita trascorsa, di bisogni ancora da sfamare, sazietà da colmare. E non ci ritroviamo da nessuna parte, neanche davanti a qualche luogo comune, o a quel fiume dove stai attento a non inciampare, a non cadere, a non affogare. Ieri, era domenica, come tutte le altre nostre. E il telefono pesa di pulsioni carnali indomabili, di curiosità implacabile, di tenere parole ancora da terminare e incazzature da lenire. Dita che non trovano casa, ma strette nelle tue, come vergine tastiera. E oggi, che è lunedì, tu sai dove sei, io mi dimeno tra pagine di appunti che evidenzio senza senso. Oggi, stranamente mi manchi, e ti odio. Insopportabile parvenza aleatoria, passi inconcreti e pedina del fato. E la musica oggi sibila la stessa canzone di sempre. E che fine avrà fatto quel leone domato dalla confessione di un re? E tu, offrimi ancora la mia sopravvivenza.
In una notte sopra un’altra notte pesa l’oscurità che finisce per soffocare le ultime speranze di buon senso e la possibilità di pilotare gli eventi ed è così che finiscono le serate dentro ai caffè e i pomeriggi ad aspettare che la pioggia smetta, è così che si diventa famosi pur rimanendo nell’anonimato e ci si prepara alle occasioni da perdere per procurarsi il sentimento del rimpianto come scusa per un’ infelicità inspiegabile. Le strade sono piene di antidepressivi con addosso persone depresse, il sesso è un pretesto per sentirsi vivi come la domenica allo stadio e l’estrazione del superenalotto, ci sono pazzi che imitano contesse a pranzi di beneficenza, ci sono autori di romanzi erotici che si vergognano di amare puttane, c’è la pazienza dei preti che ascoltano i tuoi peccati sicuramente più veri della loro pazienza e c’è della mestizia al mattino presto quando prendi l’autobus per andare al lavoro e pensi alla tua vita che invece non ti ha portato da nessuna parte, è così che finisce la notte in un’improvvisa realizzazione di tutto quello che ti sta intorno che svanisce con il rumore delle chiavi mentre scegli quella giusta per aprire la porta di casa, è così che la notte ti scivola addosso portandosi via quello che tu non utilizzi, un corpo e un’anima che possono servire a qualcun altro per accendere una sigaretta.