Tra due giorni, qui, è festa. Tra il religioso e il pagano. Ed io pago la lontananza, andando via domani. Sono giorni che arrivo a letto senza sonno, ma con la stanchezza del noncelafaccioastudiare, apro quel libro che, una volta, comprai perché avevo bisogno di Bird, ma non riuscivo a chiamarlo. Remora o imbarazzo. Non lo so, o semplicemente non me lo sono mai domandato. Mi chiedo quanta gente si sia rivista lì, in quel libro. Troppi. Già. Mi commuovo e un po' mi faccio schifo, quando a colazione lo trovo, mentre prepara il caffè, e lo macchiamo assieme di lacrime. Ma questa la capiamo in pochi, forse solo in tre. Non mi va di ripetere, ma non parlo neanche ad alta voce. Dovrei. Mi troverei più interessante, donna dal passato nascosto a volti, a molti. Dietro maschere o semplici e lanose sciarpe. Dietro passi di scarpe. Cadute sulla spiaggia, sulla neve, sull'asfalto. Aspetto, asfissiandomi in una camera in affitto, vorrei essere in una camera d'albergo, con te che mi guardi i piedi. Distesi come i morti, ma che respirano e si toccano. “Dicevi?”... Sì, tra un po' è il suo compleanno. “Metti Devendra o anche Beirut, e alzati sinuosa su queste lenzuola bianche con un sole che non vedevi da tempo”. Raggi che cucinano la rabbia, che riscaldano il gelo delle arterie, lo scioglimento del ventricolo sinistro. Ripeto, il cuore. Ma quello lo odio, non l'ho mai capito. Chiedo a mia madre che è dottoressa, direbbe Alice che, dice pure che, Batman si sposa come Luigi di primo nome. “Piacere Agata, con una t, ma sempre morta. Non faccio miao, ma ho due-tre A.mici, neanche loro hanno i baffi, quella era Frida, sì anche il mio cane si chiama così”. Saltella sul letto, anche tu che leggi. Mi ha detto che vuole ricominciare daccapo. “Perché alla gente piacciono i punti?” io sono una donna virgola. “No no, leone, sono nata a luglio. Il 23”. Il primo era vergine, sì. Sì a settembre. Deriva da verga, non Giovanni. Anni credo ne siano passati due. Di Due. D. di Dadi tratti, di strisce, di righe, anche Indie. Come le compagnie quelle giuste. Senza scuse, senza punti, anzi due. Io e te.
Mi alzai dal letto. Non riuscivo a stare in piedi. Mi trascinai lungo tutto il corridoio tenendomi alla parete. Avevo una fortissima nausea. Avrei voluto gridare, ma era già un miracolo sentire il mio stesso respiro. Lo stomaco si contorceva senza pietà. Arrivai in cucina. Feci il caffè. Mangiai qualcosa. Il dolore sembrò lenito. Pensai “forse è la fame!”. Nel pomeriggio, ebbi gli stessi crampi. I conati erano più forti, ma riuscii a domarli, anche questa volta. Fu difficile, però. Deglutivo. Continuamente. La mattina seguente, il copione fu uguale. Continuò tutto il giorno. Malessere generale, acuto e cinico. Quel dolore che, incurante del mio presente da portare avanti, si presentava come ospite sgradito, come visita spiacevole.
Andai dal dottore.
Mi visitò. Domandò “è incinta?”, “ha il sospetto di esserlo?”, “ha molta fame”, “ha assunto alcool?”, “ha una pregressa gastrite”, “familiarità?”... domande a raffica, riuscivo solo a muovere la testa. La risposta a tutta quei proiettili vocali, fu “no”. Allora, lui mise un aggeggio gelido sulla pancia, dopo averla unta ben benino, e disse “ok, la soluzione allora è semplice. Si chiama <L'eco delle farfalle>”. Lo guardai inebetita, mentre mi toglievo il gel dell'ecografo. Gli chiesi una cura. Rise. E mi accompagnò alla porta. La sala d'aspetto improvvisamente si era svuotata. “Ancora vuoto! Lo vedrà, finché lei, deciderà di vederlo”, disse il medico. Andai via senza pagare.
Continuavo a ripetermi l'ecodelle farfallel'ecodellefarfallel'ecodellefarfalle. Camminavo per strada con la testa china, per evitare il vento, e per pensare. Io, le farfalle, le ho sempre disgustate, e gli uomini lo sapevano. Mi invitavano a bere qualcosa in casa loro, con la scusa della collezione di Dylan Dog. Così per quattro volte, ma dopo aver visto la prima, le successive, non le trovai eccitanti.
Per strada fui presa di nuovo da quelli attacchi di nausea improvvisa. Corsi a casa. Il dolore era così atroce ce che, feci le scale, stando piegata. Sembrarono infinite. Tolsi il cappotto e misi su il té.
“F. a. r. f. a. l. l. e.”, ripetevo.
Il calore di quella tazza, mi srotolò le viscere. Mi acquietai.
Quando arrivò la notte, aprii un libro. Rimasi con l'indice dentro di esso, quasi a tenere un filo che in realtà non seguivo. Le braccia scoperte. Il freddo mi divorava la pelle. Mi sentivo vuota, dentro, intendo. Anche la casa, così colorata, oggi era immersa in una solitudine messa in ordine. Era come se fossi avviluppata nella sensazione di post-sbronza. Era come se qualcuno m'avesse tenuto la testa, mentre, ubriaca di silenzi, vomitavo rancore. Già, ecco cos'era, il silenzio. Il mio, il suo. Era passato troppo tempo. E in quel tempo, ero distratta. I sogni ad alta voce, liberano le farfalle. Ho visto volare, i miei anni migliori su ali colorate da scacciare e odiare. Senza capire. Erano insetti che irretivano la gente, io odiavo i miei stessi pensieri fatati. Senza accorgermene. Adesso, dopo anni mi sveglio una mattina e mi accorgo di non possederne più. E di portare addosso il carico di un vuoto, il peso di farfalle inesistenti. Sto male, ma non sono Madame Butterfly... non penso, ancora, all'harakiri.
"Cos'è per te la libertà?", domandò Bird... e in testa, stanotte, suonò questa
Si ricordano di me In ognuna delle scuole che ho cambiato io Si ricordano di me, perché Sono l'unico che non ha mai parlato Me ne stavo ad osservare E annotavo su un quaderno le mie impressioni E ogni momento che mi porto dentro riesce ancora a farmi male Per ogni giorno non vissuto ho pagine da raccontare Non si parla mai di me Nelle storie che non smetto mai di scrivere Quello che succede intorno a me Non lo vivo ma mi limito a descrivere Resto fuori ad osservare e riporto su un quaderno le mie impressioni E ogni momento che mi porto dentro riesce ancora a farmi male Per ogni giorno non vissuto ho pagine da raccontare Se nel grande centro a cui andiamo incontro non mi saprò schierare Voi non sparate sul cronista nessuno lo verrà a salvare.
Quando sono completamente da sola, sto male. Quando sto in compagnia, mi isolo. Fondamentalmente, mi considero d i s a d a t t a t a, e mi ingarbuglio scrivendolo. Troppe a, come il mio nome. a come un cerchio, un mondo con la coda. In minuscolo oggi, grazie. Mi faccio piccola, più dell'età che ho. Sarà che non sto riuscendo a giocarmi il cielo a dadi, sarà che per me il cielo è sempre più buio. Non piove, oggi. Mio padre dice che lì è primavera, “anche qui”, rispondo. “Oggi sono uscito senza cappotto”, continua. “Ah no, qui ci sono sette gradi. “Agaté sette gradi non fanno primavera”, “pa', manco una rondine!”. Ridiamo. Già. “peccato tu non sia qui, avremmo visto un sacco di film al cinema. Belli.” “Dispiace anche a me”. “Come stai?” “bene” dico. Chiudiamo e mi butto sul piumone blu, messo al rovescio. Mi distendo in orizzontale, lungo tutto il talamo nuziale. Grande oceano cobalto, dove affogo piacevolmente. Senza onde da disastro, senza schizzi di schiuma naturale, come riso gettato ai matrimoni. Domani c'è la manifestazione, 14.30 “Portare qualcosa di giallo”. È un colore che odio, non s'intona coi miei capelli, sembro un sole sui fogli dei bambini coi grembiuli, e detta così rasenta il poetico. No. Non è così. Nella stessa posizione, appuntisco un po' la testa, e sforzo il cristallino. Di giallo ho qualche libro, l'accendino ch'è in cucina, le lenzuola, un paio di asciugamani, la copertina del cd che mi ha regalato Massi, quello della Cocha. Di giallo ho i post-it. Decine di biglietti sparsi per la stanza, sembra la parete di qualche bel film, in stile Everything is illuminated, ma oggi la luce è fioca, e non ho visto il tramonto. Gioco coi capelli, come sempre. Sempre illuminati, meno degli occhi. Ho visto una foto del mio viaggio a Milano, no, non è stanchezza, affatto. “Agatella ha l'emotivo scoperto”, dice il cantante. “cazzo”, diciamo io e Buru Buru. Trasparenze di grovigli mentali e fisici. Cubi di Rubik con troppi colori, da troppa logica, ma io, l'analisi la faccio ad ogni parola che leggo e sento. Tutto tra le righe, anche di un maglione che, oggi, mi va di mettere pur stando a casa. Le righe che misurano lo spazio, che mi delimitano. Sono sempre stata una capra in tecnica, ma anche in tecnologia. Twitter ha dato forfait, e forse è meglio così. Giusto per tenere in caldo e in privato, quelle frasi che avresti destinato a pochi. Copyright o diritti d'autore che, diventano da automa. Come F. che mi chiede di usare qualcosa di mio. Sono già vintage. Colpi di creatività demenzialmente poetica. Scintille di pensieri lanciati nel vuoto, come in un'officina. La gente ha paura e si maschera di fronte a tutta quella luce. “Fanno male agli occhi”. “Che cosa brutta!”, penso. Non mi piacciono le paillettes, affatto. Mi piacciono le cose luccicanti, come le gazze ladre. Non l'oro, ma loro. Adoro la gente brillante e Shine on you crazy diamond. Riflettere di luce propria, o semplicemente accontentarmi della luce riflessa. Voglio brillare... Chissà la luna come sta? E che gran marito doveva avere la Donna Cannone!?
L'adolescente, Netočka Nesvanova, incontrò l'Idiota. Pensò potesse essere L'eterno marito, ma si rivelò Il giocatore. Allora, I fratelli Karamazov, Umiliati e offesi, asseme a Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti, meditarono Delitto e castigo. In aria si librarono I demoni.
Stanotte ho fatto un sogno strano, c'era un uomo che non conosco che mi dormiva accanto, sul letto matrimoniale con le lenzuola arancioni che, condivido con me e il mio me steso (come direbbe Dani) da qualche notte a questa parte. Oggi, guardo le facce di tutti quelli che incontro, sperando di riconoscerlo, di vederlo entrare al bar e poi nella mia vita. Mi rigiro, scruto e poi distolgo l'attenzione, guardando attentamente il freddo che si poggia sui visi di bambini troppo incappucciati. Gli effetto serra nei passeggini coperti di nylon, dei tubi di scappamento ad altezza delle loro bocche. Chissà se mia madre si è mai accorta di ciò, o se mi lasciava affogare tra queste polveri sottili? Da piccola, una zingara cercò di comprarmi, anzi di scambiarmi con una piccola rom. Mia zia pur non sentendo, capì subito e mi trattenne sulla sua pancia, non ebbi paura, perché ero sveglia. Ho sempre protetto la sua sordità, appuntendo le orecchie anche per lei. Captavo come pipistrelli. Mi faceva attraversare la strada, ma in fin dei conti ero io che le davo il via. Ancora oggi, dopo più di vent'anni, evito i semafori pedonali, tengo incrociate le dita con le mani di mio padre, come se fosse anziano, come se fossi ancora alle elementari. Ci proteggiamo a vicenda. Nelle grandi città, alla gente non fa strano, le persone non ti guardano. Io ho cominciato a farlo oggi, perché sono in cerca di qualcosa o qualcuno. Il cuore mi batte forte, come quando rincorrevo il 740 dietro l'angolo di casa, non si conosceva mai l'orario esatto, e quindi dovevi fare una media, fin quando, stremata dall'attesa, chiamavo Peppe e la sua moto, e mi sentivo il vento che spira dall'Etna sulla faccia, dentro i jeans, e mi tenevo ai suoi fianchi. Piegata. A Perugia non è consigliabile, gli orari vengono rispettati, ma mi manca quel senso di libertà che durava circa cinque minuti. Non c'era traffico per noi, al massimo qualche semaforo. Il rosso non era attesa, ma lo scambio di sorrisi e battute. L'ho rivisto Peppe, troppo pompato di palestra, con le occhiaie che risentono di un passato di musica tunz e occhiali da notte. C'ho bevuto un caffè lungo, non doppio, ma in realtà è stato breve, sempre con la paura di perdere quel fottutissimo autobus che riporta a casa. Quel piccolo scorcio di mare che si vede, le navi, il porto. Mi manca tutto ciò. Sarà il freddo, mi dico, o sarà soltanto che qui, il passato, prende sempre di più sembianze da miraggio, da ologramma. Quasi fosse qualcosa di estremamente irraggiungibile. Gli ultimi scalini da fare quando sei troppo stanca, come un anziano malato di cuore che vorrebbe riposarsi, ma sente, nella tromba delle scale, la moglie che grida il suo nome. Non ce la faccio a rispondere che va tutto bene, penserebbe quell'uomo... per risparmiare fiato o perché fondamentalmente non ne è affatto convinto. Starebbe il tempo necessario, seduto, per riprendere la normale fisiologia dell'organismo, ma sente ancora quella voce di donna che lo chiama. Allora, rallenta il passo e sibila un sì che comunque arriva in alto e tutto si calma. Prima o poi arriverà, sfinito, ma solcherà quella porta e sorriderà. Io , invece, mi ricorderei di aver lasciato qualcosa in macchina, risalirei, mi accorgerei che manca il pane, scendo e risalgo, ho scordato le chiavi, scendo e risalgo, e anche il giornale, scendo e risalgo, manca lo zucchero, scendo e risalgo. E se comprassi un gratta e vinci? Scendo e risalgo. La voce che prima mi chiamava non s'è arresa, ma io stento a sentirla. Risalgo e m'accascio, mangerò dalla vicina che mi ha visto stanca. Rimango ancora un po'. Si sta bene al secondo, in secondo piano, mi accontento. La voce non urla più. Se fossi più curiosa salirei di corsa, ma oggi no, sono concentrata a cercare la faccia di quell'uomo, e mi fossilizzo in case non mie senza dare fastidio, quasi fossi un fantasma con le zavorre ai piedi. Temo di non esser più riconosciuta, di non riuscire a capire chi mi chiama, e soprattutto chi mi ama. Risento quella voce, inizio a salire... 1 2 3 … o sono solo scale di Sol...itudine.